Percorso

-     A chi è rivolto

preti, religiosi/e e laici/che responsabili della formazione o chi si prepara ad assumere tali ruoli nelle varie realtà vocazionali (seminari, vita consacrata, pastorale giovanile, degli adulti e familiare); un particolare invito è rivolto alle guide spirituali e ai confessori.

 

-     Didattica

L’approccio pratico della scuola prevede l’alternarsi di lezioni frontali a laboratori ed esercitazioni pratiche. Ai partecipanti sarà chiesto un coinvolgimento personale a partire dalla propria esperienza. A tale scopo si prevedono momenti assembleari, lavori di gruppo, lavoro personale con tutoraggio tra una sessione e l'altra. Oltre alla modalità "in presenza" ci si avvarrà anche della modalità da remoto sia per scambi di materiali formativi (testi, video ecc.) sia per incontri (con il tutor personale, di gruppo ecc.) tenendo conto anche dell'evolversi dell'emergenza sanitaria.

 

-     Presentazione del programma sui due anni (temi, contenuti, …)

Il percorso si articola in nuclei tematici, fondamentali per ogni discernimento spirituale. La scuola avrà cura di considerare aspetti tipici della fase giovanile, del discernimento vocazionale e dell’età adulta. Ogni nucleo tematico comporta un lavoro su due sessioni. La prima sessione di ogni anno ospiterà una prolusione su un tema significativo.

 

Anno 2022 - 23:

 

  1. L’ESPERIENZA DI DIO: IL MISTERO DELLA PREGHIERA

La vita di fede è vita nell’amore, innanzitutto nasce dal riconoscere l’amore gratuito di Dio per noi. Si fa esperienza di questo “sentire” Dio, che è insieme ascolto della Parola e esperienza sensibile e consolante da cui nasce la fede. Accompagnare il vissuto di una persona, “verso” la fede, “nella” fede, “in nome” della fede in Cristo richiede a chi accompagna uno sguardo capace di cogliere il punto esistenziale di quella persona circa l’esperienza di Dio: ha una dimensione religiosa, coglie Dio e la sua presenza, quale immagine ne ha, quale precomprensione chiede forse di essere purificata alla luce della Parola. Ma più fondamentalmente: cosa significa “fare esperienza” e “fare esperienza di Dio”? Come decifrare nel vissuto delle persone che accompagniamo i segni di una esperienza autentica? Come e cosa suggerire perché quel vissuto sia sempre più aperto all’azione della Grazia? Quali parole, atteggiamenti, scelte della guida favoriscono una adeguata esperienza di Dio nella persona che si accompagna? A cosa stare attenti per non sovrapporsi od oscurare l’azione di Dio in lei?

 

  1. INCONTRARSI: RELAZIONI E SESSUALITA’

Accompagnare nel discernimento spirituale implica la capacità di cogliere la qualità delle relazioni che la persona vive. È nella concretezza del vivere che l’intenzione prende forma. È nella concretezza della vita che lo spirituale si esprime. La persona si racconta nel suo contesto esistenziale, il suo equilibrio emotivo è spesso dato dalla capacità di stare nelle relazioni vivendo una gamma di emozioni e sentimenti complessa e talvolta non facile. Gli aspetti relazionali che una guida deve considerare se vuole aiutare la persona a crescere nella vita e nella vocazione sono diversi e importanti: realismo, pluralità, stabilità, capacità di tenuta nelle difficoltà, gestione equilibrata delle emozioni negative, fedeltà, affetto e senso di appartenenza, solidarietà, apertura universale e concretezza fattiva dell’amore.

La sessualità è la dimensione che dice la nostra radicale apertura all’altro in quanto esseri umani: quale coscienza ne ha la persona? Con quali ricadute nelle scelte concrete di vita? La sessualità è vissuta come il linguaggio dell’amore? Quanto e con quale simbologia essa può esprimere l’amore di Dio in questa persona (scelta del celibato o del matrimonio)? Femminilità e mascolinità: dono e compito? Come è vissuta la differenza sessuale nella relazione di accompagnamento?

 

  1. FARE I CONTI CON SÉ E L’ARTE DI RACCONTARSI

Nel colloquio ciò che si fa è ascoltare il racconto dell’altro; anche perché l’unico modo per dirsi, a sé come agli altri, è raccontarsi. Nessuna definizione potrà mai chiudere quella identità che prende forma nella storia di ognuno. Solo il racconto di sé è in grado di portarci al cospetto di noi stessi perché poi ognuno possa rispondere, come può e come vuole, a quella “vita buona” che nel Vangelo ci interpella. Ma cosa significa raccontarsi? Perché la parola può permettere a ciascuno di ritornare sui passi della propria vita facendosi carico di sé e della propria storia? In che senso nessun racconto che facciamo di noi stessi può vantare il diritto di essere l’ultimo? Come aiutare chi ascoltiamo a generare un racconto autentico di sé rifuggendo da resoconti diagonali rispetto all’esperienza, più funzionali allo scappare da sé piuttosto che a fare i conti con sé? Come permettere che questo racconto sia attuato “alla luce del vangelo” e come, al contempo, garantire che un tale racconto rimanga autentico?