La “Casa Cardinale Ildefonso Schuster”, edificio del XVI secolo recentemente ristrutturato e modernizzato, è situata nel centro di Milano a pochi passi da Piazza del Duomo e da Via Larga. Ospita convegni, congressi, incontri di categoria, conferenze, presentazione di libri e altre iniziative culturali

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Il complesso

La contrada, che conduceva all’antica pusterla di S. Clemente aperta nelle mura romane, ha assunto questa denominazione nel XIII secolo per la presenza di un complesso ospedaliero con chiesa intitolato a S. Antonio Abate. Nato da ricca famiglia egiziana di Corna (metà del III sec.-c. 356), questi fu discepolo di S. Paolo Anacoreta; morti i genitori, distribuí i propri averi ai poveri e visse asceticamente per più di ottant’anni nel deserto, con numerosi discepoli che formarono il nucleo del monachesimo anacoretico orientale. Sono note le terribili tentazioni che ebbe a soffrire dal demonio nei primi anni del suo ritiro; forse da antiche raffigurazioni di queste tentazioni è nata l’associazione di S. Antonio con un porco e di conseguenza con la protezione degli animali in genere; è ancora viva, specialmente in Abruzzo, l’usanza di benedire gli animali nel giorno a lui dedicato, il 17 gennaio. In quel giorno i milanesi veni – vano qui per ricevere una speciale benedizio ­ ne contro le malattie; con l’occasione si tene ­ va anche nella piazza dell’Ospedale, al fondo della via, una fiera, il cui culmine era la processione dei fornai che venivano a rendere omaggio al loro Patrono (oltre che degli animali e dei fornai, S. Antonio era anche protettore dai danni del fuoco e degli incendi).

S. Antonio Abate. La chiesa, a una sola navata, oggi monumento nazionale, da cui nel XIII sec. ha preso nome la contrada, fu edificata dopo il 1272 dai frati Antoniani di Vienne, a quanto sembra su avanzi di un tempio risalente al IV sec. Dell’antica chiesa è rimasto soltanto il bel campanile in cotto, restaurato dal Beltrami un secolo fa, che si può vedere da via Bergamini. Nel 1576 S. Carlo Borromeo affidò la chiesa ai Teatini, che riattarono i chiostri e dettero incarico a Dionigi Campazzo, uno degli architetti della Cà Granda, di rimettere in sesto la chiesa, opera conclusa nel 1584 (esisteva anche una lapide, riferita dal Latuada, secondo cui un rifacimento, tra 1630 e ’32, sarebbe di Francesco Maria Richini; ma le due notizie non sono incompatibili). La facciata è ottocentesca, opera incompiuta di Giuseppe Tazzini (1832), eseguita a spese del famoso chirurgo Paletta dell’Ospedale Maggiore. Come incompiuto è rimasto l’oratorio di S. Maria Incoronata che i Teatini vollero edificare sul fianco destro della chiesa, oggi adibito a uso laico. L’interno della chiesa, ricco di affreschi (soprattutto dei fratelli Carloni, del Moncalvo, del Fiammenghino), di quadri e di sculture, è, come S. Alessandro, una specie di pinacoteca dell’arte del Seicento lombardo. In uno spiazzo che esisteva davanti alla chiesa, si levava fino a metà degli anni Settanta (del Settecento) una colonnina con tabernacolo, un gioiello di scultura gotica attribuito a Jacopino da Tradate di cui, scomparsi i frati e l’ospedale, si incominciò a ventilare la demolizione per esigenze di traffico; prima che ciò accadesse la colonnina fu comprata dai Belgioioso, che la fecero rimontare nel giardino del castello avi­to, da cui emigrò nel 1899 al Castello Sforzesco. Un avanzo dell’antico chiostro della chiesa si conserva nel cortile della casa al n. 5.

L’Ospedale e il convento di S. Antonio Abate. Nella zona del vecchio Brolo dell’arcivescovo, tra altri ospedali e brefotrofi, sorgeva quello del Cerro (poi detto di S. Nazaro in Brolo), fondato nel 1127 per testamento di Ruggero di Cerro per la cura di un’infiammazione, epidemica e letale, che in quei tempi faceva numerose vittime e che veniva chiamata “fuoco sacro” o “fuoco di S. Antonio”, una misteriosa malattia della pelle giunta dalla Palestina (anche se il nome è lo stesso, non è detto che il “fuoco di S. Antonio ” di quei tempi corrispondesse alle moderne forme di her­ pes). Ospedale, chiesa e, di conseguenza, anche la contrada furono definitivamente intitolati al Santo quando giunsero dalla Francia, nel 1272, i frati Antoniani di Vienne, per costruire un convento e per assumersi la cura dell’ospedale: vuoi perché la gestione se ne fosse dimostrata troppo difficoltosa per i milanesi, vuoi perché era diffusa la fama diquell’ordine ospitaliero, fondato due secoli prima in Francia da un nobile di nome Gaston proprio per dedicarsi alla cura del “fuoco sacro”; l’ordine, approvato da papa Urbano u nel 1095, si ispirava a S. Antonio Abate. Dal 1416 questi monaci ottennero un singolare privilegio dai Visconti, quello di far liberamente pascolare una mandria di porci di loro proprietà nella zona attorno al convento e all’ospedale, affidandone il sostentamento alla carità pubblica: abitudine clinicamente riprovevole, però, Medioevo a parte, le zone agresti non mancavano neppure dentro le mura, magari in mezzo a rovine di palazzi romani. I frati poi non allevavano «l’immondo quadrupede» per far quattrini o per i prosciutti, secondo le maligne insinuazioni di Dante Alighieri, ma per utilizzarne il grasso come unguento contro le infiammazioni. Due le conseguenze pratiche: i frati furon chiamati dai milanesi «de Sant Antoni del Porscell» (cioè del porco) e l’innocente animale diventò per il popolo addirittura emblema del Santo (non mancò neppure chi, nonostante le minacce di scomunica e quelle piú concrete di castighi ducali, ogni tanto faceva scomparire qualche bestia). Ma la nascita della Cà Granda pose fine all’attività di quei buoni frati i quali, dopo l’apertura dell’O-spedale sforzesco, se ne tornarono in Fran­cia. Partiti gli Antoniani, il convento fu trasformato in “commenda” e come tale fu gestito dai Trivulzio e dai Landriani, che lo demolirono conservandone però i chiostri e l’ospedale fu adattato ad abitazioni. Nel 1576 S. Carlo riscattò la commenda dai Landriani per 13.000 scudi, e affidò chiesa e convento ai chierici Teatini di S. Maria presso S. Cali-mero (oggi scomparsa); questi riattarono i chiostri per proprio uso e rifecero la chiesa. Nel convento i Teatini tennero scuola e nel 1662, pare sotto gli auspici di S. Andrea Avellino, vi fu introdotta anche l’Accademia dei Faticosi, il cui compito istituzionale era quello di sviscerare e delucidare la morale aristotelica; pare che il nome derivasse dalla difficoltà del compito che s’erano imposti. Soppressi nel 1798 i Teatini, il convento diventò magazzino militare; ma un anno dopo gli austro-russi nella loro breve ma odiosa occupazione si misero a precorrere butteri e cow-boys: infatti «istituivanvi un ufficio di polizia con carceri per rinchiudervi quei milanesi che, per essere ritenuti repubblicani, venivano accalappiati per le vie di Milano con laccio a nodo scorsoio lanciato dagli stessi russi stando a cavallo. Inviavansi poi nelle prigioni di Cattaro (Montenegro)» [Anselmi, 1932]. Partiti loro, restò il carcere, detto Giudicatura Correzionale Politica; nel 1860 fu nobilitato in Regia Pretura, di rinomata sporcizia, che sopravvisse fino agli anni Trenta. Fu qui che Luca Beltrami e Luigi Conconi, entrambi architetti e pittori, subirono un processo verso la fine del secolo scorso per il mancato pagamento della tassa sui professionisti per l’uso del metro. Con bella faccia tosta, i due, «coll’appoggio amichevole di tutto il Foro milanese» (anche questo ci dice quanto siano cambiati i tempi) andarono a sostenere che come professionisti non avevano bisogno del metro; Beltrami disse di prender le misure in braccia milanesi e Conconi dichiarò di misurare a occhio. Il giudice prudente, ma sospettando una presa in giro, voleva ordinare una perizia d’ufficio; ma «i convenuti» rinunciarono a proseguire la causa «e tutto fini, prosaicamente, tra risotto barbera e ossibuchi, in un ristorante vicino» [Cassi Ramelli, 1971].

Palazzo Greppi. Questa magione al n. 19 voluta nel 1776 dai Greppi, ricchi appaltatori, resta una delle migliori realizzazioni di Giuseppe Piermarini. Giovane ma già ben introdotto, questi si affiancò per la decorazione del palazzo altri ingegni dell’epoca, Appiani, Knoller e Albertolli, che fornirono pregiatissimi stucchi e affreschi. Il cortile a quadri ANTONIO DA SAL portico di stile lombardo è forse opera d’altra mano, perché non corrisponde alle caratteristiche del Piermarini, che aveva scarsa simpatia per i cortili porticati (o che forse si piegò, come spesso capita, alle esigenze del cliente). Molto bello il grande salone di ballo affrescato da Martino Knoller; in esso si svolsero feste tra le più grandiose dell’epoca, a cui presero spesso parte le maggiori personalità dell’arte e della politica. E fu per comodità delle carrozze padronali che i Greppi ottennero l’eliminazione della colonnina che stava davanti alla chiesa: trafic oblige, è il motto anche degli assessori dei nostri giorni.

(“Le strade di Milano” – Newton Periodici)